La politica Estera USA e l'ASIA

Nonostante la futura strategia in Asia di Joe Biden non si conosca ancora, la lunga lista di esperti reclutati fino ad ora dal neo presidente ci aiuta a capire quali idee concorreranno alla formazione della politica estera degli Stati Uniti nella regione e in particolare nei suoi rapporti con la Cina. “Personnel is policy”.

Tra le figure principali spicca quella di Kurt Campbell, a cui è stata assegnata la direzione del desk per gli affari nell’Indo-Pacifico del National Security Council. Campbell è un sostenitore del managed decoupling tra Usa e Cina; dal suo punto di vista Washington deve riscoprire il suo ruolo di potenza stabilizzatrice nella regione, dotandosi di una grand strategy che preveda il mantenimento agli attuali equilibri politici e il coinvolgimento dei propri partner in alleanze ad hoc per contrastare le ingerenze di Pechino. Non una coalizione anti-cinese, spiega Campbell in un articolo su Foreign Affairs, ma piuttosto una serie di fora multilaterali nei quali coordinarsi con i propri alleati, non solo quelli regionali.

Su simili posizioni anche altri due membri del desk Indo-Pacifico: Rush Doshi, autore del libro “The Long Game: China’s Grand Strategy to Displace American Order” dal titolo piuttosto esplicativo; e Julian Gerwitz, più moderato, secondo cui per poter avere un Indo-Pacifico meno sino-centrico Washington deve abbandonare la pretesa di imporre ai propri alleati di prendere una posizione netta e al contempo evitare a tutti i costi una contrapposizione in stile Guerra fredda con la Cina.

Ad aiutare il rilancio delle alleanze con Paesi chiave come l’India ed il sudest Asiatico sarà anche l’esperienza di Sumona Guha, che all’interno del desk Indo-Pacifico è stata nominata direttrice per gli affari dell’Asia meridionale. Guha è una realista, vede alquanto improbabile una convergenza militare tra Nuova Delhi e Washington – soprattutto in funzione anti-cinese -, ma riconosce l’importanza strategica di questa partnership per garantire gli interessi statunitensi nel pacifico. 

Una squadra per la Cina
Altro nome noto che affiancherà Campbell è quello di Laura Rosenberg, la quale si è contraddistinta nel corso dell’ultimo anno per le sue forti critiche contro la Cina, accusando Pechino di aver strumentalizzato la pandemia per reprimere la dissidenza interna e di aver tentato di minare le relazioni tra Unione europea e Stati Uniti tramite la sua politica degli aiuti sanitari e campagne di disinformazione mirate.

Stando alle sue dichiarazioni, tra le priorità ci sono il contrasto alla supremazia tecnologica della Cina e la creazione di un sistema di deterrenza multilaterale contro le interferenze da parte di Paesi autoritari come Cina e Russia, soprattutto in ambito digitale. Il timore di una possibile convergenza strategica tra Mosca e Pechino in contrasto alle democrazie occidentali sembra essere piuttosto diffuso tra gli analisti statunitensi. Non è un caso, dunque, se nella composizione del nuovo National Security Council la sezione dedicata alla Russia sia stata integrata, per la prima volta, all’interno del desk Indo-Pacifico.

Figura influente nel futuro sviluppo delle relazioni con Pechino sarà Ely Ratner, assistente speciale del nuovo segretario alla Difesa Lloyd Austin e già advisor di Biden tra il 2015 e il 2017. A lui è stata affidata la guida della “Task force Cina” incaricata di rivedere la National Security Strategy del 2018, in cui l’amministrazione Trump sottolineava la necessità di prepararsi ad un conflitto con Russia e Cina. Il suo compito e quello della task force sarà di integrarla con ulteriori strumenti utili a “scoraggiare la Cina nella regione dell’Indo-Pacifico”.

Sempre su Pechino c’è poi Jake Sullivan, nominato National Security Advisor dell’ufficio esecutivo del Presidente, anche lui sostenitore di una politica di rafforzamento delle alleanze, soprattutto con i membri del Quad (Australia, India e Giappone), e della presenza militare statunitense nella regione. Sullivan è noto per la sua linea netta nei confronti della causa taiwanese ed ha spesso rimarcato la necessità da parte di Washington di rispondere con maggior forza alle pressioni di Pechino nello Stretto

Cambia la linea in Corea
Non mancano gli esperti sulla Corea del Nord. Di Jung Pak, nominata vice-sottosegretario di Stato, sono ben note le posizioni critiche nei confronti delle scelte strategiche della precedente amministrazione. Pur professando la necessità di un maggiore coordinamento con Seul, Park sposa una linea in netto contrasto con quella promossa fino ad ora dal presidente sudcoreano Moon Jae-in.

Per lei la pressione economica sul Paese rimane il principale mezzo con cui ottenere un ritorno ai negoziati sul programma nucleare, possibilmente nella forma di consultazioni multilaterali a cinque. Ciò nonostante, questo non preclude la scelta di una terza via. Durante la campagna elettorale, la vice-presidente Kamala Harris si è detta favorevole ad un ripensamento della politica della “massima pressione” nei confronti di Pyongyang.

Sulla questione coreana Biden può avvalersi anche di due validi consiglieri politici: Wendy Sherman, nominata vicesegretario di Stato, che sotto la presidenza Clinton lavorò come coordinatrice dei negoziati che portarono a siglare l’accordo quadro con la Corea del Nord nel 1994; e Sung Kim, già inviato speciale a Pyongyang tra il 2008 e il 2011 e negoziatore per conto di Trump per la realizzazione del primo summit Usa-Corea del Nord.  

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