La rinascita del BRICS analisi e prospettive

Il 17 novembre scorso si è tenuto il dodicesimo summit annuale del gruppo Brics. Nato all’indomani della crisi economica del 2008, il progetto Brics si configura come una piattaforma informale di collaborazione alla quale partecipano i governi di Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica.

Nell’incontro online, il brasiliano Jair Bolsonaro, il russo Vladimir Putin, l’indiano Narendra Modi, il cinese Xi Jinping e il sudafricano Cyril Ramaphosa hanno parlato soprattutto di possibili iniziative congiunte atte a contrastare gli effetti della pandemia di Covid-19. Fino ad oggi, tuttavia, le strategie promosse nell’ambito del gruppo per far fronte alla crisi sono state giudicate deludenti. L’esperta di Brics Karin Costa Vazquez, ad esempio, ha fatto notare la mancanza di un piano condiviso relativamente alla distribuzione di un vaccino.

Nemmeno il fondo di emergenza da 10 miliardi di dollari stanziato dalla New Development Bank (Ndb)- la Banca per lo sviluppo creata dai Brics nel 2015 – è stato giudicato sufficiente, vista la portata dei danni economici che il coronavirus si lascerà alle spalle.

Divisioni interne
Tali critiche fanno riemergere una domanda vecchia quanto il gruppo stesso: che senso hanno i Brics? La portata del quesito può riassumersi con le parole di Martin Wolf, opinionista del Financial Times che dichiarò nel 2012: “I Brics non hanno nulla in comune. I loro interessi, valori, sistemi politici e obiettivi strategici contrastano in maniera sostanziale. Pertanto, non ci sono ragioni per aspettarsi che si accordino su alcuna iniziativa di rilievo a livello globale”.

Che all’interno dei Brics regnino importanti differenze di vedute è innegabile. Basti pensare alla disputa sino-indiana lungo il confine dell’Himalaya, o alle frequenti invettive di Bolsonaro contro gli investimenti esteri del governo cinese.

Fattori comuni
Ciononostante, a più di un decennio dai suoi inizi, il progetto Brics continua. Di conseguenza, più che sottolineare divergenze fin troppo evidenti, occorre piuttosto da domandarsi quali tratti comuni tengano insieme il gruppo.

Due ingredienti paiono cruciali. Il primo è di natura economica. Da un lato, infatti, il contributo dei cinque Paesi Brics all’economia globale è cresciuto in maniera significativa nel corso dell’ultimo decennio. Dall’altro lato, i volumi di commercio interni al gruppo hanno fatto registrare un’impennata negli ultimi cinque anni, sebbene l’incremento sia dovuto principalmente ai legami della Cina con ciascuno degli altri quattro paesi membri.

In secondo luogo, vi è un’importante fattore politico ad accomunare i Brics, vale a dire l’avversione nei confronti dell’ordine liberale internazionale instauratosi alla fine della Guerra Fredda, fondato sulla supremazia incontrastata degli Stati Uniti.

In tale direzione, può interpretarsi l’indifferenza con la quale i leader dei Brics hanno reagito all’elezione di Joe Biden alla Casa Bianca. Come fa notare Oliver Stuenkel, infatti, Donald Trump si è più volte dichiarato favorevole a un assetto globale dominato da pochi grandi poteri e organizzato secondo sfere di influenza. Biden, al contrario, potrebbe rappresentare una minaccia per le ambizioni di egemonia regionale che ciascuno dei Brics coltiva.

La crescita della Ndb
Alla luce di questi due punti, non c’è da stupirsi che molti considerino la Ndb come l’asso nella manica a disposizione dei Brics. Proprio tramite la Banca, il gruppo potrebbe approfittare dell’occasione rappresentata dalla ricostruzione economica che il Covid-19 renderà necessaria.

Non a caso, pare che nel corso del summit del 17 novembre, i governi dei Brics abbiano dato il via libera alla tanto discussa ammissione di nuovi Paesi membri in qualità di soci della Ndb. Tale ammissione permetterebbe alla Banca di erogare prestiti a Paesi in via di sviluppo, presentandosi come una fonte di supporto economico alternativa alla Banca mondiale e al Fondo monetario internazionale, enti fondati sugli accordi di Bretton Woods del 1944 e riconducibili al controllo statunitense.

Nel 2013, quando la Ndb era poco più di un’idea, Radhika Desai scrisse che i Brics avevano tutto l’interesse a creare una banca per lo sviluppo, così da poter sfidare il modello di crescita neoliberale imposto dalle istituzioni di Bretton Woods. Ora che la Banca esiste e ha sponsorizzato 65 progetti per un valore complessivo di oltre 20 miliardi di dollari, la prospettiva pare cambiata. Malgrado la Ndb abbia facoltà di concedere prestiti in valuta locale, infatti, tre quarti dei finanziamenti sin qui erogati sono denominati in dollari statunitensi.

Inoltre, la Banca ha manifestato una certa apertura nei confronti del settore privato, come dimostra il recente collocamento – tramite banche quali, fra le altre, Barclays e Goldman Sachs – di strumenti finanziari dal valore di due miliardi di dollari allo scopo di supportare il piano di emergenza per il Covid-19. Di conseguenza, verrebbe da pensare che i Brics mirino non tanto a proporre una finanza per lo sviluppo improntata a criteri differenti rispetto a quella dell’Occidente, quanto a erodere il monopolio occidentale del modello già esistente.

Apertura in vista?
In questo senso, va fatto notare che l’apertura ad altri soci non metterebbe a rischio il controllo dei Brics sulla Banca. Lo statuto della Ndb, infatti, stabilisce che il potere di voto complessivo dei cinque Paesi fondatori non possa scendere sotto il 55%. Pertanto, l’ammissione di nuovi Paesi membri potrebbe interpretarsi come una manovra strategica in chiave espansiva.

Abdul Nafey, infatti, ha suggerito che l’allargamento della base sociale della Ndb rappresenterebbe un primo passo verso l’attuazione del progetto Brics+, un piano di estensione della piattaforma Brics fortemente voluto dalla Cina, ma osteggiato dall’India, che teme l’ingresso del Pakistan. Allungando il raggio di influenza Brics tramite la Ndb, Pechino – il peso massimo all’interno dell’organizzazione – aggirerebbe il problema politico posto dall’opposizione del governo Modi e potrebbe continuare a perseguire il progetto Brics+ sottotraccia.

Occorrerà tempo per verificare se questi sviluppi avranno avuto luogo. Certo è che la pandemia ha aperto uno spiraglio per una nuova fase del progetto Brics. Il gruppo è sorto all’indomani di una crisi, e potrebbe rafforzarsi in occasione di quella attuale.

 

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